NO alla caccia per “divertimento” per il Comitato Ravenna POSSIBILE – intervento agli Stati Generali del 28 gennaio scorso

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In un contesto straordinario quale è risultato essere quello degli Stati Generali di POSSIBILE, sabato 28 Gennaio a Parma, dove, dai numerosi interventi dei delegati, POSSIBILE ha dimostrato di aver raccolto l’eredità politica dei movimenti ambientalisti e animalisti, il Comitato Ravenna Possibile ha effettuato un intervento per ribadire un fermo NO alla caccia per “divertimento” in favore di un futuro (POSSIBILE) all’insegna del rispetto e tutela dell’ambiente e della biodiversità.

Testo integrale dell’intervento Stati Generali di Possibile Parma – 28/01/2017 – Intervento di Ravenna Possibile: Diritti, Comunità ed eguaglianza: chi viene dimenticato?

Abbiamo apprezzato e seguito con attenzione l’impegno in questi mesi profuso da Possibile – sia a livello di pubblicazioni e contenuti, sia nelle aule parlamentari – a sostegno delle tematiche green ed ambientali. E’ proprio nel solco di questa sensibilità che vogliamo evidenziare e invitare a porre maggiormente i riflettori su un aspetto non certo minimale, ma troppo spesso sottovalutato e con il sostengo più o meno tacito delle amministrazioni statali, dimenticato.

Stiamo parlando della Caccia: una pratica che da tempo non è più ragione di sostentamento ma solo un divertimento barbaro per una non così piccola ma potente lobby di persone, sponsorizzate da una filiera produttiva legata (a pensar male a volte si ha ragione) al mercato delle armi. Si stima che in Italia i cacciatori siano quasi 750.000, una minoranza tutt’altro che silenziosa in grado di influenzare da tempo le amministrazioni locali attraverso leggi ad hoc sulla gestione di parchi e aree limitrofe, che rischia di alterare, per la sua ingombrante presenza sociale, non solo un già precario equilibrio ambientale, ma un intero sistema di valori per le nuove generazioni.

L’attività venatoria non è, certamente, il principale problema ambientale in Italia, non è la minaccia numero uno per la biodiversità, ma in un territorio – e l’abbiamo ben visto nelle cronache degli ultimi giorni – già provato dal dissesto idrogeologico, dalla cementificazione e dalla perdita degli habitat naturali, dall’inquinamento e dai cambiamenti climatici, la caccia rappresenta un’ulteriore e importante aggressione alla nostra biosfera.

Basti pensare all’inquinamento da piombo dovuto all’impiego dei pallini nel munizionamento che va a inquinare falde idriche e l’intera catena alimentare (gravi malattie come il Saturnismo ecc.). La stima dell’ISPRA (su dati ISTAT) è che ogni anno vengono disperse c.a. 10.000 tonnellate di piombo in Italia numero importantissimo che, seppure in calo rispetto alle 25.000 t degli anni ‘90, rappresenta un dato ancora allarmante.

La legge sulla caccia espressamente prevede come “l’esercizio dell’attività venatoria è consentito purché non contrasti con l’esigenza di conservazione della fauna selvatica”, eppure, tramite deroghe regionali di ogni tipo (anche in violazione di disposizioni europee), questo principio viene superato dalle pressioni di questa purtroppo non piccola comunità di persone.

La caccia uccide in Italia, per “divertimento”, almeno 100 milioni di animali l’anno: per la maggior parte uccelli di varie specie, per non parlare del fenomeno del bracconaggio: in Italia vietato ma diffuso e in alcune regioni considerato “tradizione popolare”, per mezzo anche di trappole di vario tipo (archetti, cappi, reti, trappole ecc.).

La caccia colpisce gli uccelli che percorrono le rotte migratorie e casualmente attraversano il nostro paese per svernare in zone più calde.

Secondo la Lipu, sono i volatili più piccoli (fringuelli, pettirossi) a pagare il dazio maggiore dell’attività venatoria.

La caccia uccide per diletto, e per consentire tale “svago” capita che non uccida soltanto gli animali. Secondo l’associazione “Vittime della caccia” sono centinaia le persone uccise dai cosiddetti “incidenti di caccia”.

La fauna selvatica così come il suo equilibrio e conservazione, è un bene indisponibile dello stato; dunque, dell’intera comunità di cittadini che non può essere alienata o dimenticata solo per il divertimento di pochi. Un bene da tutelare, profondamente legato a quel diritto ambientale per cui, oggi, molti si battono.

Due esigenze di tutela giuridica che non possono che viaggiare su linee parallele: dove insiste una (la lotta all’inquinamento, la creazione di parchi e aree protette) deve per forza essere presente l’altra (la tutela della biodiversità che vive ed è parte di quell’ambiente).

Lo stato italiano recependo la direttiva 2003/4/CE sull’accesso del pubblico all’informazione ambientale, ha emanato il D.L. n.195/2005 recepito dalle regioni attraverso leggi dedicate alla “promozione, organizzazione e sviluppo delle attività di informazione e educazione alla sostenibilità”, in E.R. è la L.R. 27/2009. Da essa una serie di importanti azioni territoriali sull’educazione alla sostenibilità stanno (fortunatamente) nelle scuole e nei centri CEAS, formando una nuova generazione di giovani rispettosi della natura e dell’ambiente.

Non si può pensare di insegnare alle future generazioni il rispetto per questi valori e l’importanza di una economia sostenibile, dimenticandosi della tutela, anzi, della difesa degli animali selvatici, parte integrante e primaria dell’intero ecosistema.

Inoltre, non si può pensare di trattare, in modo profondamente differente, gli animali da compagnia e gli animali selvatici, prevedendo – (fortunatamente) – per gli uni reati per il loro maltrattamento e lasciando non solo completamente indifesi gli altri, ma favorendone addirittura l’abbattimento “di stato”, per scopi ludici e addirittura (come recentemente nella Regione Veneto) punendo con sanzioni amministrative di importo sconsiderato coloro (i cittadini) che osano “disturbare” tali pratiche, perché magari esercitate troppo vicino a casa loro, magari per difendere il gioco sereno dei propri figli (la cronaca di questi giorni è piena di esempi di questo tipo). Si assiste – ed è anche questa cronaca recente – sotto la bandiera della conservazione della popolazione faunistica e della tutela del territorio, ad autorizzare l’abbattimento “mirato” di specie protette, come sta accadendo per il lupo, simbolo nazionale della tutela della fauna selvatica, già duramente colpito dall’erosione del proprio habitat.

Necessaria sembra dunque essere una tutela trasversale che non si deve limitare al volontariato delle Guardie Venatorie o alle scarse forze di Polizia Provinciale presenti sul territorio (es. Ravenna: poche decine di persone tra Guardie Giurate Venatorie Volontarie e Guardie Provinciali effettive su una popolazione di 5.000 cacciatori!) o dell’attività delle associazioni ambientaliste o animaliste, ma che deve trovare sponda in una più alta e superiore affermazione della cultura del rispetto e dell’uguaglianza tra esseri viventi a livello parlamentare.

Attenzione politica, quindi, volta anche a contrastare i tentativi che le associazioni venatorie hanno in essere di modificare e stravolgere i limiti alla caccia sanciti dalle leggi nazionali ed europee; contrastare l’emanazione di normative regionali sempre più estensive e derogatorie.

Un impegno nel solco dei diritti, della comunità e dell’uguaglianza quello che come comitato ravennate vogliamo portare all’attenzione di voi tutti. Un impegno che attraversa, trasversalmente, alcune delle parole chiave di Possibile data, per citare le parole di Fulco Pratesi “l’inaccettabilità morale ed etica verso l’uccisione per diletto di creature indifese”. Un impegno che esortiamo e auspichiamo possa diventare una nuova battaglia nazionale di POSSIBILE contro questa pratica barbara e anacronistica quale è considerabile oggi, nella società del terzo millennio, la caccia.

Comitato RAVENNA POSSIBILE

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